C’è un momento, nella carriera di ogni atleta, in cui il talento smette di bastare. È lì che si gioca la partita più vera: quella tra ciò che eri e ciò che scegli di diventare.
Renato Paratore questa partita la conosce bene. È la storia di un predestinato, la sua. Nato a Roma il 14 dicembre 1996, ha fatto incetta di trofei già da dilettante: Junior Orange Bowl a Miami, il Portuguese International Amateur Championship a Palmela, l’oro individuale ai Giochi Olimpici Giovanili di Nanchino 2014 – impreziosito anche da un bronzo a squadre con Virginia Elena Carta – e un titolo europeo con la nazionale ‘Boys’ in Norvegia.
Due presenze nella Junior Ryder Cup e un traguardo da record: a soli 17 anni conquista la carta per l’allora European Tour, diventando il terzo più giovane di sempre a riuscirci. Ma è nel silenzio degli ultimi anni, nei momenti di distanza dai riflettori, che Paratore ha davvero costruito la sua nuova identità. Dopo stagioni fatte di rincorse, attese e lavoro invisibile, è tornato a vincere. Non una volta sola, ma due, in pochi giorni. La sua è una storia di trasformazione interiore prima ancora che sportiva, che ci parla di resilienza, identità e scelte consapevoli. Una storia che ha molto da insegnare, anche a chi non ha mai impugnato una mazza da golf.
Renato, partiamo dalle origini: quando hai capito che il golf non sarebbe stato solo uno sport, ma la tua strada?
Ho iniziato a giocare a golf quando avevo appena otto anni. All’inizio, ovviamente, era tutto un gioco: spensierato, istintivo. Ma è bastato un colpo, il primo, per capire che c’era qualcosa di speciale. Una scintilla. Un amore a prima vista. A 14 anni sono entrato in Nazionale e l’anno dopo, a 15, ho avuto l’onore di partecipare all’Open d’Italia da dilettante. Quella è stata la svolta. Tornato a casa, ho guardato mia madre negli occhi e le ho detto:“Voglio fare il professionista. Questo sarà il mio futuro.”
C’è un momento preciso, un torneo o un colpo, in cui ti sei detto: “Sì, posso farcela tra i grandi”?
Nel 2013 ero ancora un amateur quando ho avuto la possibilità di giocare l’Open d’Italia, a Torino. Ricordo perfettamente quelle giornate: l’emozione, l’adrenalina, la sensazione di stare dentro qualcosa di grande.Chiusi il torneo intorno alla 30ª posizione, e fu in quel momento che mi si accese una consapevolezza nuova. In mezzo ai professionisti, mi sentivo nel posto giusto. Lì ho capito che me la potevo giocare davvero.
Torniamo al presente: dopo anni, sei tornato a vincere due tornei in pochi giorni. Cosa è scattato dentro di te? Cosa è cambiato rispetto al passato?
Non vincevo dal 2020, e tornare al successo è stato davvero emozionante. Alla fine, nello sport, nulla è paragonabile alla sensazione della vittoria: è quella che ti ripaga di ogni sacrificio, ogni allenamento, ogni momento difficile. Oggi lavoro con Alberto Binaghi, con cui avevo già condiviso l’ultima vittoria. Ci conosciamo bene, c’è grande sintonia, e anche stavolta abbiamo costruito qualcosa di solido insieme. Il merito però è di tutto il team: con me ci sono il preparatore atletico Massimo Bramanti, la performance coach Luisa Finotti e il mio caddie Charles. È stato un vero lavoro di gruppo, e il risultato è arrivato grazie al contributo di ognuno di loro.
Cosa ti aspetti da questo finale di stagione?
Ora arrivano le ultime gare della stagione. L’obiettivo è quello di mantenere un buon ritmo, restare concentrato e continuare su questa strada. Un’altra vittoria? Sarebbe una grande soddisfazione, il modo perfetto per concludere l’anno con il sorriso.
Come gestisci la pressione nei momenti decisivi? E cosa ti dici nei momenti difficili?
Sono una persona molto competitiva, e mi diverto davvero quando mi trovo in contention per vincere, anche se so bene quanto possa essere difficile. In quei momenti cerco di restare il più possibile concentrato, di stare nel presente, colpo dopo colpo. E quando le cose si complicano, la chiave è una sola: resilienza. Serve tantissima forza mentale per superare i momenti difficili e continuare a crederci fino all’ultimo.
In campo appari sempre estremamente concentrato e composto. Che ruolo ha il mental coaching nella tua routine?
Dentro al campo cerco di essere sempre molto concentrato, fa parte del mio modo di vivere la competizione. Sono sempre stato così. So bene che anche un solo colpo, in un giro, può fare la differenza: può cambiarti il torneo, a volte perfino l’intera stagione. Non lavoro con un mental coach, ma ho imparato con il tempo a gestire la pressione e a rimanere lucido nei momenti chiave. La concentrazione è la mia arma migliore.
Guardando indietro alla tua carriera: quale vittoria ti ha segnato di più, e perché?
Il British Masters è, senza dubbio, la mia vittoria più importante finora. È stato bellissimo. Quel torneo ha una storia prestigiosa, e vincerlo per me ha significato tantissimo, anche a livello personale. Ricordo l’arrivo alla 18: molte persone erano lì, mi aspettavano, e sono venute a congratularsi. È stato un momento molto emozionante, che porterò sempre con me.
Sei stato spesso indicato come uno dei talenti più cristallini del golf italiano: ti sei mai sentito sotto i riflettori più del dovuto?
Sono passato professionista molto presto, direttamente sull’European Tour. È normale, quindi, che ci sia attenzione su di me, e in fondo mi fa anche piacere. Fa parte del gioco. Quando scegli di fare questo mestiere, devi imparare ad abituarti a tutto ciò che comporta: pressioni, aspettative, visibilità. È una componente naturale del percorso.
Cosa ti appassiona quando non sei con una mazza da golf in mano? C’è un tuo lato che il pubblico non conosce?
Fuori dal campo mi piace staccare davvero. Amo giocare a carte, soprattutto il gin rummy, è uno dei miei passatempi preferiti. Mi piace anche pescare, quando ne ho l’occasione. Ma più di tutto, nelle settimane libere, quello che mi fa stare davvero bene è godermi il tempo con la mia famiglia e gli amici. Sono i momenti che ti ricaricano davvero.










